Per lungo tempo, alle persone con variazioni nello sviluppo sessuale o intersessualità e alle loro famiglie è stato suggerito di mantenere il riserbo sulla condizione. L’idea che parlarne potesse essere dannoso per il benessere psicologico ha guidato per decenni un approccio clinico orientato alla dissimulazione. Tuttavia, negli ultimi anni, un numero crescente di ricerche ha messo in luce le conseguenze deleterie di tale approccio: sentimenti di vergogna, identità frammentata, scarsa autostima e difficoltà relazionali. In parallelo, studi su altre popolazioni marginalizzate (ad esempio persone con HIV o condizioni psichiatriche) hanno evidenziato come l’auto-rivelazione (self-disclosure) sia spesso associata a esiti psicologici positivi. In questo contesto si inserisce un recente studio (Hegarty, 2023) che, per la prima volta, ha quantificato la relazione tra apertura sulla condizione e salute mentale in un ampio campione adulto con diagnosi di intersessualità.

Una realtà variegata e poco visibile
Le condizioni di intersessualità comprendono un insieme eterogeneo di varianti dello sviluppo sessuale, che interessano cromosomi, gonadi, ormoni e/o genitali. Le esperienze vissute da chi ha una di queste condizioni sono altamente diversificate e spesso influenzate dal tipo di diagnosi, dall’età di ricezione della stessa, dalle modalità di comunicazione da parte del personale sanitario e dal contesto familiare e sociale.
Lo studio ha rilevato che, in generale, le persone con intersex sono moderatamente aperte con genitori, amici e altre persone, ma con ampie differenze tra i soggetti. I dati mostrano una notevole variabilità nella disponibilità a parlare della propria condizione, legata anche al sottogruppo clinico. In particolare, le donne con sindrome di Turner hanno riportato il maggiore grado di apertura, mentre il minore è stato rilevato tra coloro con Disgenesia gonadica mista (specialmente maschi e femmine con virilizzazione parziale). Questi ultimi gruppi presentano, con maggiore frequenza, ambiguità genitali visibili fin dalla nascita e spesso sono stati sottoposti a interventi chirurgici di "correzione" in età precoce e senza consenso, pratiche oggi fortemente discusse sul piano etico.
È plausibile che l’elevata stigmatizzazione legata all’ambiguità sessuale — in particolare quando coinvolge i genitali — renda più difficile l’auto-rivelazione. Al contrario, condizioni come la sindrome di Turner, spesso meno associate alla dicotomia "tra i sessi", possono essere percepite come meno minacciose da comunicare. Inoltre, alcuni tratti fisici visibili (es. bassa statura) potrebbero spingere verso un maggior numero di occasioni di spiegazione o auto-definizione.

Oltre la diagnosi: fattori predittivi dell’apertura
Oltre alla diagnosi clinica, altri fattori sono risultati predittivi di un maggiore grado di apertura. Le donne, ad esempio, riportano una tendenza significativamente maggiore a parlare della propria condizione rispetto agli uomini. Questo risultato è in linea con studi precedenti che evidenziano, nelle donne, una maggiore propensione alla comunicazione aperta e alla richiesta di supporto. Le dinamiche di genere, dunque, sembrano influenzare anche in questo contesto la gestione psicologica della condizione.
Un risultato importante riguarda il livello di istruzione: i partecipanti con un livello di scolarizzazione più basso hanno riferito una maggiore apertura, un dato che contrasta con la letteratura esistente. Tuttavia, questo risultato appare confondibile con l’età: i soggetti meno istruiti tendevano ad essere più giovani e, quindi, parte di generazioni probabilmente cresciute in un clima sociale e culturale più favorevole all’apertura e alla diversità.
Un ulteriore elemento di interesse riguarda il numero di relazioni strette: chi riferisce di avere più contatti stretti tende anche ad essere più aperto rispetto alla propria condizione. Questo dato potrebbe riflettere sia una maggiore abilità comunicativa che un contesto relazionale più sicuro e accogliente. In modo sorprendente, invece, il contatto con gruppi di pari o l’aver ricevuto supporto psicologico non sono risultati significativamente associati al grado di apertura. Ciò potrebbe indicare che l’apertura nel contesto dei pari o in setting terapeutici non si traduce automaticamente in una maggiore trasparenza nella vita quotidiana, oppure riflettere la variabilità nella qualità di tali interventi.

Apertura e salute mentale: una relazione significativa
I livelli medi di ansia e depressione nei partecipanti allo studio risultavano elevati rispetto alla popolazione generale, in linea con quanto già documentato nella letteratura sulle condizioni intersex. Tuttavia, è proprio qui che emerge uno dei dati più rilevanti dello studio: un maggiore grado di apertura rispetto alla condizione è associato a minori sintomi ansiosi e depressivi.
Questa relazione è mediata da variabili psicologiche cruciali: una maggiore soddisfazione personale, una migliore autostima, una maggiore soddisfazione rispetto al supporto sociale e — per quanto riguarda la depressione — anche un giudizio più positivo sulla qualità delle cure ricevute. In altri termini, l’apertura consente alle persone di raccontare la propria storia, ricevere risposte affermative, esercitare agency e integrarsi meglio nei contesti sociali. Al contrario, la dissimulazione può portare a evitare le relazioni, a una continua preoccupazione per il segreto e a un senso di isolamento, tutti fattori di rischio per ansia e depressione.
L’interazione più forte si osserva tra apertura e soddisfazione personale, suggerendo che la possibilità di essere aperti rafforza un’immagine di sé più positiva, che a sua volta protegge contro sintomi psicopatologici.

Implicazioni cliniche: il ruolo degli psicologi
Nonostante decenni di reticenza e strategie di dissimulazione incoraggiate anche in ambito clinico, oggi un numero significativo di persone con condizioni intersex riferisce un certo grado di apertura rispetto alla propria variazione di sviluppo sessuale. I risultati di questo studio suggeriscono che tale apertura non solo è possibile, ma può essere vantaggiosa per la salute mentale, sia direttamente sia attraverso l’effetto positivo sull’autovalutazione, sulla soddisfazione per il supporto sociale e, nel caso della depressione, anche sulla soddisfazione per le cure ricevute.
Tuttavia, il grado “ottimale” di apertura è probabilmente variabile da persona a persona e rimane un aspetto ancora non sufficientemente studiato. Studi su altre popolazioni indicano che poter essere aperti rispetto a una propria condizione può favorire l’integrazione personale, il sentirsi riconosciuti per ciò che si è e una maggiore connessione con gli altri. Alla luce di ciò, promuovere spazi sicuri in cui le persone possano riflettere su sé stesse, sulla propria storia e sperimentare progressivamente l’apertura, può diventare parte integrante dell’assistenza psicologica rivolta a questa popolazione.
In tale percorso, i professionisti della salute mentale possono offrire supporto in diverse fasi della vita, adattando il lavoro clinico ai bisogni specifici dell’età e del contesto relazionale. Un ruolo importante può essere svolto anche nel facilitare l’autocomprensione della condizione, nel sostenere l’elaborazione di eventuali esperienze di stigmatizzazione e nell’aiutare le persone a sviluppare strategie comunicative che rispettino la loro volontà e il loro senso di sicurezza.

BIBLIOGRAFIA
van de Grift, T. C. (2023). Condition openness is associated with better mental health in individuals with an intersex/differences of sex development condition: Structural equation modeling of European multicenter data. Psychological Medicine, 53(6), 2229-2240.