Per molto tempo disturbi del neurosviluppo e neurodivergenze sono stati associati soprattutto all’infanzia e all’adolescenza.
La scuola, le difficoltà di apprendimento, lo sviluppo del linguaggio, l’attenzione, la socializzazione e il comportamento hanno rappresentato i contesti nei quali più frequentemente venivano riconosciuti segnali riconducibili ad ADHD, autismo, DSA e altri profili neuroevolutivi.
Oggi questa prospettiva si sta ampliando.
Le caratteristiche neuroevolutive non scompaiono con il raggiungimento dell’età adulta. Possono modificarsi, essere compensate, assumere manifestazioni differenti o diventare più evidenti quando cambiano le richieste ambientali e le responsabilità della persona.
Non è quindi raro che uno psicologo incontri adulti che arrivano in consultazione per ansia, difficoltà relazionali, problemi lavorativi, disregolazione emotiva, senso di inadeguatezza o ripetute esperienze di fallimento, senza che una possibile componente neuroevolutiva sia mai stata precedentemente considerata.
Per questo parlare oggi di neurodivergenze significa necessariamente adottare una prospettiva life-span, capace di osservare il funzionamento della persona lungo l’intero arco della vita.


Neurodiversità e neurodivergenza: cosa significano?

I termini vengono utilizzati sempre più frequentemente, ma non sono sinonimi.
Con neurodiversità si fa riferimento alla naturale variabilità del funzionamento neurocognitivo umano: così come esistono differenze nelle caratteristiche fisiche, nella personalità o nelle esperienze individuali, esistono differenti modalità di elaborare informazioni, percepire l’ambiente, regolare l’attenzione, comunicare e interagire.
Il termine neurodivergente viene invece generalmente utilizzato per indicare una persona il cui funzionamento neurocognitivo si discosta da quello considerato tipico o maggioritario.
È importante precisare che “neurodivergenza” non rappresenta una categoria diagnostica. È un termine-ombrello nato e sviluppatosi anche all’interno del paradigma della neurodiversità e il suo perimetro non è definito in modo univoco nella letteratura scientifica. Tra i profili frequentemente ricompresi nel concetto vengono indicati, ad esempio, autismo, ADHD, dislessia e altre differenze neuroevolutive.
Questa distinzione è importante anche nella pratica clinica.
Parlare di neurodivergenza non significa infatti negare la presenza di difficoltà, compromissioni funzionali o bisogni di intervento. Significa piuttosto evitare di ridurre la persona alla diagnosi e considerare contemporaneamente caratteristiche individuali, punti di forza, difficoltà, richieste ambientali e qualità della vita.

I disturbi del neurosviluppo non riguardano soltanto i bambini

Una delle trasformazioni più rilevanti riguarda proprio il modo in cui viene considerata l’età adulta.
ADHD e autismo, ad esempio, sono condizioni neuroevolutive: le loro caratteristiche hanno origine nelle fasi precoci dello sviluppo, ma possono accompagnare la persona nel corso della vita.
Ciò che cambia è spesso la loro manifestazione.
L’adulto dispone di esperienze, strategie compensative e possibilità di organizzare il proprio ambiente molto diverse rispetto a quelle di un bambino. Allo stesso tempo deve confrontarsi con richieste nuove: autonomia, lavoro, relazioni affettive, genitorialità, organizzazione della quotidianità, gestione economica, carico decisionale.
Alcune difficoltà possono quindi diventare più evidenti proprio quando le strategie utilizzate fino a quel momento non risultano più sufficienti.
Per lo psicologo questo significa ampliare l’attenzione: davanti a determinate difficoltà, la storia evolutiva rimane rilevante anche quando la persona ha quaranta, cinquanta o sessant’anni.

Perché alcune neurodivergenze vengono riconosciute soltanto in età adulta?

Ricevere una diagnosi in età adulta non significa che una condizione sia comparsa improvvisamente.
In alcuni casi determinate caratteristiche non erano state riconosciute durante l’infanzia. In altri erano state interpretate attraverso spiegazioni differenti. Oppure la persona aveva sviluppato modalità di compensazione sufficientemente efficaci da rendere meno visibili le proprie difficoltà.
L’ambiente può avere un ruolo importante.
Una routine molto strutturata, un contesto familiare supportivo, buone capacità cognitive oppure interessi compatibili con le richieste scolastiche possono consentire, per esempio, di compensare alcune difficoltà per molto tempo.
Il passaggio all’università, l’ingresso nel mondo del lavoro, una promozione professionale, la nascita di un figlio o altri cambiamenti possono però aumentare le richieste di pianificazione, flessibilità, regolazione emotiva e gestione delle relazioni.
È in questi momenti che un equilibrio mantenuto per anni può diventare più difficile da sostenere.
Il dato interessante per la pratica clinica è quindi questo: l’età adulta non esclude affatto la possibilità che un profilo neuroevolutivo non sia stato precedentemente riconosciuto.

Masking e strategie di compensazione: quando la difficoltà non è immediatamente visibile

Uno dei concetti che ha assunto particolare rilevanza nello studio dell’autismo in età adulta è quello di camouflaging, spesso indicato anche come masking.
Si tratta di strategie attraverso le quali una persona cerca di compensare, nascondere o rendere meno visibili alcune caratteristiche autistiche nelle interazioni sociali.
Può significare, per esempio, osservare e imitare comportamenti altrui, preparare mentalmente frasi da utilizzare in determinate situazioni, controllare costantemente espressioni facciali e gestualità oppure forzarsi a mantenere comportamenti ritenuti socialmente attesi.
Il risultato può essere una competenza sociale apparentemente adeguata che, però, richiede alla persona un notevole investimento cognitivo ed emotivo.
Per il professionista questo introduce una considerazione importante: ciò che si osserva dall’esterno non sempre rappresenta il costo interno necessario per mantenere quel funzionamento.

Donne e diagnosi tardive: perché serve uno sguardo più sensibile alle differenze individuali

Un ulteriore tema riguarda il riconoscimento delle neurodivergenze nelle donne.
La letteratura sull’ADHD, ad esempio, ha evidenziato come nelle donne possano essere più frequenti presentazioni caratterizzate da disattenzione e difficoltà nelle funzioni esecutive rispetto a manifestazioni maggiormente esternalizzanti, con il rischio che il quadro venga riconosciuto più tardi o interpretato attraverso altre condizioni psicologiche.
Considerazioni analoghe emergono nella ricerca sull’autismo, nella quale il masking e le aspettative sociali legate al genere vengono studiati tra i possibili fattori che possono contribuire a percorsi diagnostici tardivi.
Questo non significa naturalmente che esista un unico “profilo femminile” dell’ADHD o dell’autismo.
Significa piuttosto ricordare che i modelli attraverso i quali un professionista ha imparato a riconoscere una determinata condizione potrebbero non rappresentare tutte le sue possibili manifestazioni.


Diagnosi differenziale e comorbilità: evitare spiegazioni troppo semplici

L’ampliamento dell’attenzione verso le neurodivergenze comporta anche un rischio: interpretare attraverso questa lente qualsiasi difficoltà.
Non ogni problema di attenzione indica ADHD.
Non ogni difficoltà sociale indica autismo.
Non ogni disagio lavorativo o scolastico è espressione di una neurodivergenza.
Ansia, depressione, disturbi del sonno, trauma, condizioni mediche, disturbi di personalità e numerosi altri fattori possono determinare manifestazioni parzialmente sovrapponibili.
Allo stesso tempo, condizioni differenti possono coesistere.
Per questo un assessment accurato non può basarsi su un singolo sintomo, su un questionario online o sulla semplice corrispondenza tra la persona e un elenco di caratteristiche.
Una valutazione completa richiede invece di integrare storia evolutiva, funzionamento attuale, caratteristiche presenti nei diversi contesti di vita, eventuali condizioni concomitanti e strumenti di assessment adeguati.
In altre parole, più cresce la consapevolezza sulle neurodivergenze, più diventa importante mantenere rigore clinico e capacità di diagnosi differenziale.


Dal sintomo al funzionamento della persona

Un cambiamento particolarmente interessante riguarda il passaggio da una lettura centrata esclusivamente sul deficit a una valutazione più ampia del funzionamento.
Due persone con la stessa diagnosi possono avere bisogni molto diversi.
La stessa caratteristica può rappresentare una difficoltà importante in un determinato ambiente e avere un impatto molto minore in un altro. Allo stesso modo, alcune caratteristiche possono accompagnarsi a risorse, interessi specifici o modalità particolarmente efficaci di elaborazione delle informazioni.
Per questo conoscere la diagnosi è importante, ma non è sufficiente.
Diventa necessario comprendere come quella persona funziona concretamente: quali attività risultano particolarmente faticose, quali strategie ha sviluppato, quali contesti aumentano il sovraccarico, quali facilitano il funzionamento, quali sono le risorse disponibili e quali adattamenti possono ridurre la distanza tra richieste ambientali e caratteristiche individuali.
È una prospettiva che permette di integrare diagnosi categoriale e lettura funzionale, senza considerarle necessariamente in contrapposizione.

Neurodivergenze e salute mentale: guardare oltre il motivo iniziale della consultazione

Un adulto neurodivergente può arrivare dallo psicologo senza porre alcuna domanda relativa ad ADHD, autismo o altri profili neuroevolutivi.
Il motivo della consultazione potrebbe riguardare ansia, umore depresso, difficoltà nelle relazioni, stress lavorativo, burnout, problemi di autostima o una persistente sensazione di non riuscire a gestire ciò che per gli altri sembra semplice.
In questi casi riconoscere l’eventuale presenza di caratteristiche neurodivergenti può contribuire a formulare ipotesi cliniche più complete.
Allo stesso tempo è importante evitare il processo opposto: una volta individuata una neurodivergenza, non ricondurre automaticamente ogni difficoltà alla neurodivergenza stessa.
La persona può presentare contemporaneamente altri bisogni psicologici o psicopatologici che richiedono una valutazione specifica.
L’obiettivo rimane quindi quello di costruire una comprensione il più possibile individualizzata, capace di distinguere caratteristiche neuroevolutive, difficoltà secondarie, condizioni concomitanti e influenza dell’ambiente.

Cosa cambia, concretamente, per lo psicologo?

Il crescente interesse verso le neurodivergenze non richiede soltanto di conoscere nuove parole.
Richiede di aggiornare alcune competenze professionali.
Significa conoscere le manifestazioni dei principali disturbi del neurosviluppo nelle differenti fasi della vita, saper raccogliere una storia evolutiva anche nell’adulto, conoscere gli strumenti di screening e assessment e comprenderne limiti e indicazioni.
Significa sviluppare competenze di diagnosi differenziale e imparare a riconoscere possibili strategie di compensazione.
Ma significa anche saper leggere il rapporto tra persona e ambiente: famiglia, scuola, università, lavoro, relazioni e contesti sociali possono essere elementi centrali tanto nella comprensione della difficoltà quanto nella costruzione dell’intervento.
Infine, richiede attenzione al linguaggio.
I termini utilizzati per parlare di neurodivergenze non sono neutri e continuano a essere oggetto di confronto scientifico, clinico e all’interno delle stesse comunità neurodivergenti. Un approccio centrato sulla persona implica quindi anche disponibilità ad ascoltare come ciascun individuo preferisce descrivere la propria esperienza.

Una prospettiva life-span per la psicologia

Forse il cambiamento più significativo è proprio questo.
Non pensare più automaticamente ai disturbi del neurosviluppo come a condizioni appartenenti esclusivamente all’età evolutiva.
Il bambino con ADHD diventa un adulto.
Il ragazzo con DSA entra nel mondo del lavoro.
Una persona autistica può arrivare all’attenzione clinica per la prima volta in età adulta.
Una caratteristica ben compensata in un determinato momento della vita può diventare più evidente quando cambiano le richieste dell’ambiente.
Per lo psicologo, adottare una prospettiva life-span significa quindi riuscire a osservare continuità e trasformazioni del funzionamento nel tempo, senza perdere di vista né la diagnosi né la singolarità della persona.
La crescente attenzione verso le neurodivergenze non dovrebbe tradursi nell’applicazione di nuove etichette a un numero sempre maggiore di persone.
Dovrebbe tradursi in qualcosa di più utile: maggiore capacità di riconoscere la complessità, formulare valutazioni accurate e costruire interventi realmente centrati sulla persona.

Formarsi sulle neurodivergenze: dalla conoscenza alla pratica professionale

Per chi lavora in ambito psicologico, conoscere i disturbi del neurosviluppo non significa più occuparsi esclusivamente di bambini, scuola o difficoltà di apprendimento.
Significa saper riconoscere come ADHD, DSA, autismo e altri profili neurodivergenti possano esprimersi nelle diverse fasi della vita e comprendere come caratteristiche individuali, ambiente e richieste evolutive interagiscano nel determinare il funzionamento della persona.
Una formazione specialistica può aiutare lo psicologo a integrare inquadramento diagnostico, assessment, diagnosi differenziale, lettura funzionale e progettazione dell’intervento, mantenendo uno sguardo capace di accompagnare la persona dall’età evolutiva all’età adulta.
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