Viviamo sempre più a lungo. Secondo i dati ISTAT 2023, l’aspettativa di vita in Italia ha superato gli 84 anni. Un numero che secondo le proiezioni è destinato a crescere nei prossimi decenni.
Questo cambia decisamente l’approccio che si ha nei confronti delle fasi avanzate della vita. C’è maggiore attenzione al benessere non solo fisico, ma anche mentale dei soggetti più anziani.
È sicuramente un tema molto delicato e complesso. Infatti, l’interesse verso la salute mentale degli anziani è piuttosto recente. Per anni, soprattutto a causa dell’ageismo, c’è stata la tendenza a trascurare questi aspetti.
L’ageismo è una forma di discriminazione, pregiudizio o stereotipizzazione basata sull'età cronologica, che colpisce individui o gruppi, principalmente anziani ma anche giovani. È considerato uno dei principali ostacoli alla diagnosi e al trattamento dei disturbi mentali nella popolazione anziana. Non è solo pregiudizio ma è un fenomeno con ricadute cliniche concrete che portano a quella che i ricercatori chiamano "omissione di cura".
Perché l'ageismo porta a trascurare la salute mentale? Il meccanismo principale è il cosiddetto "ageismo interiorizzato" o la normalizzazione del malessere. Ecco i punti chiave:
· Normalizzazione del sintomo: Molti medici e familiari (e gli anziani stessi) ritengono che la tristezza, l'apatia o l'ansia siano "normali" conseguenze dell'invecchiamento o dei lutti. Questo porta a non indagare sintomi che, in un giovane, verrebbero trattati immediatamente come depressione;
· Nichilismo terapeutico: Esiste il falso mito che l'anziano non sia "più plasmabile" psicologicamente. Si pensa erroneamente che la psicoterapia non sia efficace su una persona di 80 anni, portando a un eccesso di prescrizioni farmacologiche (sedativi) invece di cure mirate;
· Sottodiagnosi: I sintomi depressivi nell'anziano spesso si manifestano in modo atipico (lamentele fisiche, stanchezza cronica, irritabilità). A causa del pregiudizio, questi vengono scambiati per decadimento cognitivo o malattie somatiche.
La depressione senile
La depressione in età avanzata, spesso definita depressione senile, rappresenta un disturbo ancora oggi frequentemente sottostimato. Numerose ricerche mostrano infatti che l’insorgenza di quadri depressivi nella popolazione anziana è in costante aumento.
Secondo le stime riportate da Alexopoulos (2005), tra l’1% e il 4% delle persone con più di 65 anni soffre di depressione maggiore. Sia la prevalenza sia l’incidenza tendono a raddoppiare dopo i 75-80 anni.
La depressione senile è un disturbo dell’umore che, per convenzione, viene diagnosticato dai 65 anni di età in su. Può manifestare sintomi tipici della depressione nell’adulto, quindi tristezza, perdita di interessi, isolamento sociale, clinofilia (desiderio di passare molto tempo a letto) e calo della spinta vitale, ma che spesso si caratterizza per sintomi e caratteristiche peculiari. Spesso infatti si manifestano “equivalenti depressivi”, ossia disturbi o preoccupazioni somatiche che “mascherano” la depressione sottostante.
È frequente che un paziente anziano depresso, invece che verbalizzare tristezza, si concentri sul proprio corpo, lamentando dolori, polarizzandosi su problematiche gastro-intestinali, verbalizzando preoccupazioni somatiche fino a veri e propri deliri ipocondriaci. La diagnosi di depressione risulta essere molto difficile e spesso è tardiva, in quanto i pazienti stessi non riconoscono la natura psichica dei loro disturbi e tendono piuttosto a richiedere frequenti visite al medico di medicina generale o al Pronto Soccorso.
La depressione impatta notevolmente sulla qualità della vita, soprattutto nell’anziano perché tende ad associarsi a malattie croniche come l’angina, l’artrite, l’asma, il diabete (Moussavi et al, 2007), determinando un drastico calo della qualità di vita.
Vi sono diversi fattori di rischio da tenere in considerazione:
· Familiarità con disturbi depressivi;
· Esposizione a eventi stressanti (lutti, pensionamento, perdita del lavoro);
· Povertà;
· Scarsa rete di supporto sociale;
· Presenza di malattie gravi;
· Una storia di depressione pregressa;
· Dolore cronico;
· Disabilità;
· Perdita dell’autonomia.
Tra questi, si sottolinea come evento stressante proprio il pensionamento, essendo un momento delicato durante il quale si perde il ruolo sociale lavorativo. Inoltre, i lutti comportano la riduzione della rete sociale e amicale, aumentando la solitudine e generando così una maggior predisposizione verso i disturbi dell’umore.
Una diagnosi difficile
Per il paziente stesso è difficile comprendere il problema e chiedere aiuto per diversi motivi:
· Vergogna: ammettere di soffrire di depressione viene percepito come un fallimento morale o una debolezza di carattere, soprattutto per anziani che hanno vissuto una generazione in cui a salute mentale era un tabù o associata alla "follia" istituzionalizzata;
· Senso di colpa: l’anziano si sente un "peso" per i figli o per la società, esprimere disagio psicologico viene percepito come un ulteriore carico emotivo che non vogliono imporre ai propri cari;
· Somatizzazione: Poiché provare "tristezza" è fonte di vergogna, l'anziano inconsciamente sposta il dolore sulla dimensione fisica (dolori articolari, problemi digestivi, stanchezza). È più accettabile socialmente dire "mi fa male la schiena" che dire "mi sento disperato".
Accettare e curare la depressione senile
Per un anziano accettare una diagnosi di depressione è molto difficile, per via di resistenze cognitive ed esistenziali che portano a vivere l'identificazione di un disturbo mentale come una grave minaccia alla propria identità e autonomia. La diagnosi psichiatrica viene vista come segno di un declino irreversibile e primo passo verso la demenza. Questa percezione distorta genera una negazione difensiva, un meccanismo psicologico finalizzato a proteggere il proprio status sociale e decisionale dal timore dell'istituzionalizzazione. In parallelo, vi è un profondo senso di fatalismo: molti anziani credono che il dolore emotivo, la tristezza e l'apatia siano componenti inevitabili e naturali dell'invecchiamento, legate ai lutti o al decadimento fisico. In questo contesto, accettare la diagnosi significherebbe così ammettere che il proprio malessere è trattabile e non scontato; questa consapevolezza può innescare paradossalmente un forte senso di colpa per non aver chiesto aiuto in precedenza o per aver gravato sulla famiglia con un disagio che avrebbe potuto essere alleviato.
Per curare la depressione, oltre che l’intervento farmacologico, si considerano diversi approcci terapeutici:
· La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): La sua principale forza risiede nell'elevata flessibilità: la TCC non si limita ad applicare protocolli standard, ma rimodula attivamente le proprie strategie per rispondere alle specificità della persona anziana. Questo adattamento clinico tiene conto in modo rigoroso della complessità biologica e funzionale tipica di questa fase della vita, integrando nel percorso terapeutico la gestione di patologie organiche, il supporto alle fragilità sensoriali ( come i deficit uditivi e visivi ) e il monitoraggio dei cambiamenti nelle funzioni cognitive;
· Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT): approccio che nasce dall’unione di tecniche di terapia cognitiva con esercizi di mindfulness, che permette di favorire la presa di coscienza dei propri stati interiori al fine di spezzare il loop dei pensieri negativi e ruminativi che caratterizza la cognizione dei pazienti con depressione.
L’importanza della psicogeriatria
L’aumento della longevità umana porta con sé una crescente complessità che richiede competenze sempre più specifiche. In questo contesto, la psicogeriatria si definisce come l'anello di congiunzione essenziale tra la salute mentale e la medicina dell'invecchiamento. Si tratta di una disciplina multidisciplinare che approccia l'anziano come un paziente "complesso", riconoscendo come i confini tra neurologia, psicologia e medicina interna siano spesso sovrapposti e richiedano una valutazione d'insieme. A seguire, tre aspetti che rendono così importante la psicogeriatria:
1. La Gestione della Comorbilità (Fisico-Mente): essere specializzati permette di comprendere le differenze che vi sono in una depressione senile rispetto ad una giovanile, agendo quindi consapevolmente, sapendo che vi possono coesistere patologie croniche, evitando interazioni farmacologiche pericolose e comprendendo come una malattia fisica possa "mimare" o "causare" un disturbo mentale;
2. Diagnosi Differenziale: Il Triangolo delle "3 D": Uno dei compiti più complessi in questa fase della vita è distinguere tra Depressione, Delirium e Demenza. Un errore diagnostico qui ha conseguenze devastanti: trattare un delirium (stato confusionale acuto reversibile) come demenza può portare a un declino permanente;
3. Competenza Relazionale e Bioetica: Lo psicogeriatra è addestrato a gestire non solo il paziente, ma il sistema familiare (caregiver) e le delicate questioni bioetiche legate al fine vita, al consenso informato in presenza di declino cognitivo e alla dignità della persona.
In conclusione, affrontare la salute mentale nella terza età significa andare oltre i pregiudizi e i tabù che ancora oggi ne ostacolano la cura. Investire in specializzazioni come la psicogeriatria e in percorsi terapeutici flessibili non è solo una necessità clinica, ma un atto di civiltà necessario per garantire che la mente rimanga una risorsa vitale, e non un limite, nel corso del processo di invecchiamento.
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