"Il trauma non è invisibile. Parla semplicemente un linguaggio diverso."
Per molti anni la ricerca sul benessere psicologico in gravidanza si è concentrata soprattutto sulla depressione post partum e, più recentemente, sull'ansia perinatale. Oggi sappiamo che esiste un'altra dimensione della sofferenza materna che continua a essere ampiamente sotto riconosciuta: il trauma.
Le più recenti meta-analisi stimano che circa una donna su dieci presenti sintomi clinicamente significativi di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) durante la gravidanza o nel periodo successivo alla nascita, mentre circa una donna su venti soddisfa i criteri diagnostici per una diagnosi di PTSD. Nonostante questi numeri, il trauma perinatale continua a essere identificato tardivamente o, in molti casi, non viene riconosciuto affatto.
Ma la domanda più interessante non è quanto sia frequente. La domanda è: perché continua a sfuggire così spesso alla diagnosi?
La risposta non riguarda soltanto la carenza di screening o la limitata formazione dei professionisti. Riguarda il modo stesso in cui siamo abituati a pensare il trauma.
Per molto tempo abbiamo immaginato che un trauma fosse riconoscibile attraverso un ricordo vivido, un evento chiaramente identificabile, una narrazione che la persona fosse in grado di raccontare.
Oggi le neuroscienze ci invitano a cambiare prospettiva.

Il trauma non sempre si ricorda. Spesso si rivive.

Lo sviluppo del cervello umano segue tempi precisi. Nei primi anni di vita, e prima ancora della comparsa del linguaggio, le esperienze vengono registrate prevalentemente attraverso sistemi di memoria implicita, costituiti da tracce emotive, sensoriali, corporee e procedurali.
Queste memorie non possono essere richiamate come un ricordo autobiografico. Non sono organizzate in immagini o parole. Eppure continuano a influenzare il funzionamento del sistema nervoso, la regolazione delle emozioni, la percezione del corpo, il senso di sicurezza e il modo di entrare in relazione con gli altri.
Per questo motivo alcune esperienze traumatiche precoci non vengono dimenticate, vengono rivissute.
Possono manifestarsi attraverso stati di ipervigilanza, paura intensa, difficoltà nella regolazione emotiva, sintomi somatici, vissuti di minaccia apparentemente immotivati o particolari modalità relazionali.
Il trauma, quindi, non è invisibile; parla semplicemente un linguaggio diverso.

Perché la gravidanza rappresenta un momento così delicato?

La gravidanza costituisce una delle più profonde trasformazioni neurobiologiche dell'intero ciclo di vita femminile.
Le modificazioni endocrine, immunologiche, cerebrali e relazionali che accompagnano l'attesa di un figlio rendono questo periodo caratterizzato da una straordinaria plasticità, ma anche da una particolare vulnerabilità.
Per molte donne la gravidanza rappresenta un tempo di crescita, integrazione e sviluppo.
Per altre può costituire un momento in cui antiche esperienze di perdita, trascuratezza, abuso, separazione o trauma riemergono sotto forme nuove, spesso prive di un ricordo cosciente.
Non è raro che la sofferenza si esprima attraverso un'intensa paura del parto, una persistente sensazione di pericolo, difficoltà nel lasciarsi assistere, sintomi corporei o una marcata disregolazione emotiva.
Manifestazioni che, se osservate esclusivamente attraverso le categorie diagnostiche tradizionali, possono essere interpretate come semplice ansia o stress, senza coglierne il possibile significato traumatico.

Le memorie iniziano prima delle parole

Negli ultimi decenni le neuroscienze dello sviluppo hanno modificato profondamente la nostra comprensione della memoria.
Oggi sappiamo che la memoria non coincide con il ricordo.
Esistono forme diverse di memoria che si sviluppano in momenti differenti della vita: memoria implicita, procedurale, emotiva, relazionale e corporea. Accanto a queste, la ricerca sullo sviluppo prenatale ha iniziato a mostrare come anche l'ambiente intrauterino rappresenti una fase cruciale nella costruzione delle future traiettorie di salute.
Gli studi sul fetal programming indicano che l'ambiente biologico nel quale il feto si sviluppa contribuisce a modulare il funzionamento dei sistemi neuroendocrini e immunitari, con possibili effetti lungo tutto il corso della vita. Parallelamente, l'epigenetica sta chiarendo come le esperienze possano influenzare l'espressione genica senza modificare la sequenza del DNA, offrendo nuove chiavi di lettura sul rapporto tra ambiente e sviluppo.
Questi ambiti di ricerca non sostengono che il feto "ricordi" nel significato autobiografico del termine. Suggeriscono piuttosto che lo sviluppo umano inizi molto prima della nascita e che l'organismo conservi tracce delle esperienze attraverso molteplici sistemi biologici e psicologici.
È in questo dialogo tra neuroscienze, psicologia dello sviluppo e psicotraumatologia che il concetto di memorie preverbali assume oggi particolare interesse clinico: non come ricordi coscienti, ma come modalità di funzionamento che possono influenzare la regolazione emotiva, le relazioni e la risposta allo stress.

Perché il trauma continua a essere sottodiagnosticato?

Le ragioni sono molteplici. Anzitutto, la storia traumatica della donna non viene ancora esplorata in modo sistematico durante il percorso nascita. Gli strumenti di screening sono prevalentemente orientati alla depressione e all'ansia, mentre le esperienze traumatiche pregresse vengono indagate in maniera disomogenea.
In secondo luogo, il trauma precoce raramente si presenta come un racconto. Si manifesta attraverso sintomi che possono essere facilmente attribuiti ad altre condizioni: ipervigilanza, somatizzazioni, paura del parto, difficoltà nella relazione con il proprio corpo o con il bambino, intensa vulnerabilità emotiva.
Infine, permane un elemento culturale. La gravidanza continua a essere rappresentata come un evento naturalmente positivo. Questa narrazione, pur comprensibile, rischia di rendere più difficile riconoscere la complessità emotiva che può accompagnare la transizione alla genitorialità, soprattutto nelle donne che portano con sé una storia di esperienze traumatiche.

Una nuova frontiera della psicologia perinatale

Negli ultimi anni neuroscienze, medicina fetale, psicologia dello sviluppo, epigenetica e psicotraumatologia hanno iniziato a dialogare sempre più strettamente.
Le domande oggi non riguardano soltanto gli effetti del trauma sulla salute mentale materna, ma anche il modo in cui le esperienze precoci, la regolazione dello stress, l'ambiente intrauterino e le prime relazioni contribuiscono a costruire le traiettorie di sviluppo lungo tutto l'arco della vita.
Molti meccanismi sono ancora oggetto di studio e richiedono ulteriori conferme. Tuttavia, il quadro che sta emergendo suggerisce con forza una direzione: la prevenzione in perinatalità non può limitarsi a osservare ciò che accade durante i nove mesi di gravidanza. Deve considerare la storia della persona, le esperienze che l'hanno preceduta e le molteplici forme attraverso cui il corpo e la mente conservano memoria del proprio percorso.
Perché comprendere il presente significa, sempre più spesso, imparare a riconoscere le tracce di ciò che è venuto prima.

È proprio da questa prospettiva nasce il Congresso Internazionale di Psicologia Perinatale, "Trauma e memorie perinatali: un dialogo tra neuroscienze e psicologia", promosso dall'Associazione Scientifica Italiana Psicologia Perinatale. Un'occasione di confronto tra neuroscienze, medicina fetale, epigenetica, psicologia dello sviluppo e psicotraumatologia per approfondire una delle aree più promettenti della ricerca contemporanea: comprendere come le diverse forme della memoria – biologica, implicita, relazionale e traumatica – possano contribuire a spiegare la complessità della gravidanza, del parto e delle prime relazioni di vita.

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