L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità professionale. Scrive, sintetizza, organizza informazioni, analizza grandi quantità di dati, genera immagini e presentazioni, supporta attività di ricerca e permette di automatizzare compiti che fino a pochi anni fa richiedevano molto più tempo.
Anche per gli psicologi, quindi, la domanda non è più soltanto se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale, ma come conoscerla, valutarla e utilizzarla in modo consapevole.
La questione è particolarmente importante per una professione che lavora con le persone, con informazioni spesso sensibili e con processi nei quali relazione, responsabilità, valutazione critica e comprensione del contesto hanno un ruolo centrale.
L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento molto utile. Ma uno strumento diventa realmente utile quando chi lo utilizza ne conosce non soltanto le possibilità, ma anche i limiti.
Cosa intendiamo quando parliamo di intelligenza artificiale?
“Intelligenza artificiale” è un termine molto ampio che comprende tecnologie differenti.
Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’intelligenza artificiale generativa, cioè su sistemi capaci di produrre nuovi contenuti — testi, immagini, audio, video, sintesi e analisi — a partire dalle istruzioni fornite dall’utente.
Strumenti basati su grandi modelli linguistici, i cosiddetti Large Language Models (LLM), possono ad esempio elaborare una richiesta scritta in linguaggio naturale e generare una risposta apparentemente articolata e coerente.
Il punto fondamentale, però, è comprendere che questi sistemi non ragionano e non comprendono le persone nello stesso modo in cui lo fa un professionista.
Generano risposte sulla base di modelli statistici e probabilistici elaborati a partire da grandi quantità di dati. Per questo possono produrre contenuti molto convincenti anche quando sono incompleti, imprecisi o errati.
È uno dei primi concetti che chi utilizza l’IA dovrebbe conoscere: una risposta plausibile non è necessariamente una risposta corretta.
Come può essere utile l’IA nel lavoro dello psicologo?
Pensare all’intelligenza artificiale esclusivamente in relazione alla diagnosi o alla terapia rischia di restringere molto il campo.
Le applicazioni potenzialmente utili riguardano infatti numerose attività che accompagnano il lavoro professionale.
Un sistema di IA generativa può, ad esempio, aiutare a organizzare informazioni, costruire una prima struttura di un documento, riassumere materiale non sensibile, elaborare idee per un progetto, creare una scaletta per un intervento, semplificare un testo destinato alla divulgazione o supportare alcune fasi della ricerca bibliografica.
Può essere utile anche nella formazione continua, permettendo di esplorare un argomento, confrontare concetti, formulare domande o individuare aree che meritano successivi approfondimenti.
In ambito organizzativo può alleggerire alcune attività ripetitive e restituire tempo al professionista.
Ed è probabilmente proprio qui che si trova una delle prospettive più interessanti: utilizzare la tecnologia non per sostituire le competenze dello psicologo, ma per ridurre alcune attività a basso valore aggiunto e lasciare maggiore spazio a quelle in cui la presenza professionale è realmente indispensabile.
L’IA non è una fonte: il problema delle risposte errate
Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare un chatbot di intelligenza artificiale come se fosse un motore di ricerca o una banca dati scientifica.
Non è così.
I sistemi generativi possono produrre le cosiddette “allucinazioni”: informazioni inesatte o completamente inventate, presentate però in maniera linguisticamente credibile.
Può accadere, per esempio, che vengano attribuiti contenuti a una fonte che non li contiene, citati articoli scientifici inesistenti o ricostruiti in maniera impropria concetti e riferimenti.
Questo significa che l’IA può aiutare a orientarsi, formulare domande e organizzare il lavoro, ma non elimina la necessità della verifica.
Per uno psicologo questa distinzione è particolarmente importante. La responsabilità sull’informazione utilizzata e sulle decisioni professionali rimane infatti umana.
Una buona regola può essere semplice: più una risposta dell’IA può influenzare una decisione clinica, professionale o relativa a una persona, maggiore deve essere il livello di controllo e verifica.
Privacy: non tutto ciò che possiamo inserire in un chatbot dovrebbe esserlo
Un secondo tema fondamentale riguarda i dati.
Nel lavoro psicologico si entra frequentemente in contatto con informazioni personali e, in molti casi, con dati particolarmente delicati: storia clinica, condizioni di salute, relazioni familiari, eventi traumatici, valutazioni e altri elementi attraverso i quali una persona potrebbe essere direttamente o indirettamente identificata.
Utilizzare un sistema di intelligenza artificiale significa quindi porsi alcune domande prima ancora di scrivere il prompt:
Quali informazioni sto inserendo? Il soggetto può essere riconosciuto? Dove vengono elaborati o conservati questi dati? Per quali finalità potrebbero essere utilizzati? Lo strumento che sto usando è appropriato per questa attività?
Eliminare semplicemente nome e cognome non garantisce sempre che un caso sia realmente anonimo. L’insieme di età, professione, città, storia personale, eventi familiari o altre caratteristiche potrebbe rendere una persona riconoscibile.
Per questo la prudenza nella gestione dei dati non rappresenta un ostacolo all’innovazione: è parte integrante della competenza digitale del professionista.
Bias: quando l’algoritmo eredita i limiti dei dati
Anche i sistemi di intelligenza artificiale possono presentare bias, cioè distorsioni sistematiche legate ai dati utilizzati, ai criteri di progettazione o alle modalità con cui un sistema genera i propri risultati.
Un modello può essere meno accurato rispetto a determinate popolazioni, riprodurre stereotipi culturali oppure restituire rappresentazioni parziali di fenomeni complessi.
Per la psicologia questo tema assume particolare importanza.
Età, genere, cultura, lingua, condizioni socioeconomiche, disabilità, neurodivergenze e contesto di vita possono incidere significativamente sulla comprensione di una persona. Ridurre questa complessità a una risposta algoritmica significa rischiare di perdere proprio ciò che rende una valutazione psicologica realmente contestualizzata.
L’IA può dunque offrire elementi da considerare, ma non dovrebbe trasformarsi in un’autorità alla quale delegare automaticamente il giudizio professionale.
Può l’intelligenza artificiale sostituire lo psicologo?
È probabilmente la domanda che accompagna più spesso il dibattito sull’intelligenza artificiale.
Ma potrebbe non essere la domanda più utile.
Alcune attività cambieranno. Alcune saranno automatizzate. Altre verranno svolte più rapidamente grazie alla tecnologia. E nuovi strumenti entreranno progressivamente nella pratica professionale.
Questo non significa però che tecnologia e professionista svolgano la stessa funzione.
La psicologia non consiste soltanto nell’elaborazione di informazioni. Comprende la capacità di costruire una relazione, comprendere il contesto, riconoscere elementi impliciti, integrare informazioni differenti, formulare ipotesi, gestire l’incertezza, assumersi responsabilità e modulare continuamente il proprio intervento sulla persona che si ha davanti.
Un sistema generativo può simulare efficacemente una conversazione. Non per questo quella conversazione coincide con una relazione professionale.
La sfida dei prossimi anni potrebbe quindi non essere scegliere tra psicologo o intelligenza artificiale, ma comprendere quale debba essere il rapporto tra competenza professionale e strumenti intelligenti.
Dalla capacità di usare l’IA all’AI literacy
Saper utilizzare un chatbot non significa necessariamente essere competenti nell’uso dell’intelligenza artificiale.
Sta assumendo sempre maggiore importanza il concetto di AI literacy, cioè la capacità di comprendere in maniera sufficientemente critica il funzionamento, le possibilità e i rischi dei sistemi di IA.
Per uno psicologo significa, ad esempio:
• comprendere che cosa uno strumento può e non può fare;
• formulare richieste efficaci senza delegare il pensiero;
• riconoscere errori, allucinazioni e bias;
• verificare le informazioni prodotte;
• conoscere le implicazioni relative a privacy e trattamento dei dati;
• scegliere lo strumento in funzione dell’attività;
• sapere quando l’intelligenza artificiale può essere utile e quando, invece, è opportuno non utilizzarla.
La competenza più importante, quindi, potrebbe non essere il semplice “prompting”.
Potrebbe essere la capacità di mantenere pensiero critico, consapevolezza e responsabilità mentre si utilizzano strumenti sempre più potenti.
Le competenze umane diventano meno importanti? Probabilmente accade il contrario
Più la tecnologia diventerà capace di generare contenuti, analizzare informazioni e automatizzare procedure, più alcune competenze tipicamente professionali acquisteranno valore.
Capacità critica, comunicazione, comprensione della complessità, etica, responsabilità, relazione e capacità di formulare domande appropriate potrebbero diventare ancora più importanti.
L’intelligenza artificiale non elimina quindi la necessità di competenze psicologiche solide.
Aumenta la necessità di sapere dove finisce lo strumento e dove inizia la responsabilità del professionista
È anche per questo che la formazione sull’intelligenza artificiale non dovrebbe essere riservata agli specialisti di tecnologia.
Per gli psicologi, conoscere questi strumenti significa prepararsi a un contesto professionale che sta già cambiando: non per inseguire ogni novità, ma per riuscire a scegliere consapevolmente quali innovazioni integrare nella propria attività e quali no.
Lo psicologo del futuro non dovrà essere un informatico
Non sarà necessario conoscere nel dettaglio il funzionamento matematico di un modello linguistico né diventare programmatori.
Sarà però sempre più importante possedere una cultura digitale sufficiente per porre le domande corrette.
Che cosa sto delegando a questo strumento?
Quali dati gli sto affidando?
Da dove proviene questa informazione?
Posso verificarla?
Quali bias potrebbero essere presenti?
Chi mantiene la responsabilità della decisione finale?
Sono domande tecnologiche solo in apparenza.
In realtà sono soprattutto domande professionali ed etiche.
Ed è probabilmente da qui che dovrebbe partire il rapporto tra psicologia e intelligenza artificiale: non dalla paura di essere sostituiti e nemmeno dall’adozione indiscriminata di ogni nuovo strumento, ma dalla costruzione di una competenza capace di tenere insieme innovazione, pensiero critico e centralità della persona.
Per approfondire
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